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Spigolature di attualità, politica e religione
23 agosto 2010
zzzzzzzzz ......



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6 giugno 2010
Per le sinistre europee che scherzano con il fuoco

 

La milizia politico-religiosa di Erdogan

L'Ihh, l'associazione che ha organizzato la spedizione è lo strumento di pressione nelle mani del premier turco

Guido Olimpio
06 giugno 2010


WASHINGTON – La flottiglia di Gaza è solo l’inizio. Nelle intenzioni del premier turco Erdogan, l’IHH (Insan Haklary Ve Hurriyetleri Vakfi), l’associazione che ha organizzato la spedizione, deve trasformarsi in uno strumento di pressione. Politica e religiosa.

OBIETTIVO SVIZZERA - Il prossimo obiettivo, per il quale c’è già stato uno stretto coordinamento tra gli attivisti e il governo, sarà la Svizzera. L’IHH, con l’aiuto di Ankara, dovrebbe lanciare una campagna contro il no della Confederazione elvetica alla costruzione di minareti nel Paese. L’idea di Erdogan è di usare l’IHH come un lungo braccio di influenza. E per questo ha garantito pieno appoggio al suo leader Bulent Yildirim. Il governo, come prima mossa, avrebbe deciso di rimborsare l’associazione con due milioni di dollari a coperture delle spese sostenute per acquistare due dei battelli impiegati nella sfida a Israele. Un gesto tangibile che rappresenta un sigillo agli stretti rapporti.

PRIMA DI ERDOGAN - Prima dell’arrivo al potere di Erdogan, l’IHH era guardata dai servizi turchi con grande sospetto. La polizia e l’intelligence ritenevano che fosse troppo legata ad ambienti radicali. Non solo: c’erano stati fitti scambi di informazione con colleghi occidentali sulla pericolosità del gruppo. E nel 1998 la sede dell’associazione era stata perquisita dalla polizia che cercava delle armi. Ma quando Erdogan è diventato premier tutto è cambiato. Il capo del governo ha visto in Yldirim e nell’IHH un formidabile strumento di propaganda. E’ cresciuta così la collaborazione e sul movimento sono arrivati, senza troppi controlli, anche finanziamenti esterni. In particolare dall’Iran dalle potenti “bonyad” - fondazioni legate al regime – e da associazioni saudite. L’IHH ha potuto in questo modo estendere in modo più “pulito” le attività messe in piedi negli anni ‘90 da alcuni militanti poi entrati nella formazione. All’epoca erano emerse sponde «interessanti» con elementi sospettati di terrorismo.

I CONTATTI CON HAMAS - In vista dell’operazione Gaza, Yldirim ha accentuato i contatti con Hamas e l’IHH ha si è dedicata alla raccolta fondi in favore del movimento palestinese e ampliato l’attività di propaganda. Un asse consacrato da due incontri importanti tra Yldirim e i capi di Hamas. Il primo nel gennaio 2009 con Khaled Meshal e il secondo, sei mesi fa, con Ismail Haniyeh. Consultazioni benedette dai turchi in vista della grande sfida nel Mediterraneo.




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12 aprile 2010
Il disastro del Tupolev: un'opportunità per Mosca. Insperata?

 


L’incidente che piace ai russi

lunedì 12 aprile 2010 
di Maurizio De Santis



Resta avvolto nel mistero l’incidente del Tupolev 154 che, sabato mattina, ha azzerato l’élite dirigenziale polacca, diretta a Katyn (per commemorare i 22.000 ufficiali polacchi trucidati dai comunisti staliniani).
Per quanto possa sembrare scontata l’ipotesi (subito comunicata) di un errore umano, è piuttosto facile immaginare che, prima dei prossimi quattro o cinque lustri, sarà piuttosto arduo aspettarsi un minimo di certezza.
Come dicevo, secondo le prime constatazioni, il crash del Tupolev 154 che ha causato la morte del presidente polacco Lech Kaczynski avrebbe cause rapportabili ad un errore umano. Immediata, se non precipitosa, l'ipotesi di un attentato o, comunque, di una manomissione.

A bordo del Tupolev 154, schiantatosi alle 10:50 di sabato scorso, non erano certo presenti mezze figure. Il personaggio più importante è senza dubbio il presidente Lech Kaczynski e la coniuge Maria Kaczynska.  Lech Kaczynski era gemello minore di Jaroslaw Kaczynski, e formava un duetto politico senza precedenti, nato all' epoca dell' opposizione anticomunista clandestina e consolidatosi dopo la caduta del comunismo in Polonia, nel 1989.

I gemelli Kaczynski governarono la Polonia dal luglio 2006 a novembre 2007. Lech come presidente della Repubblica e Jaroslaw in qualità di primo ministro.
Ma i “cadaveri eccellenti” non si esauriscono con il presidente polacco. Lech Kaczynsky, difatti, era accompagnato dal presidente della banca centrale della Polonia (NBP), dal capo di stato maggiore polacco Franciszek Gagor, dal generale Bronislaw Kwiatkowski, capo delle forze operative della Polonia (stato membro della NATO), dai generali Tadeusz Buk (capo dell’esercito), Andrzej Blasik (comandante in capo delle forze aeree), Wojciech Potasinki (responsabile delle forze speciali) ed il viceammiraglio Andrzej Karweta (comandante della marina militare polacca). E, come ciliegina sulla torta, citiamo pure l’ex presidente polacco in esilio a Londra, Ryszard Kaczorowski.
Senza contare il gruppuscolo di deputati e notabili che ingrossavano la pattuglia degli 85 membri della delegazione polacca.
Ciò che appare davvero sorprendente è come l'aereo presidenziale fosse, per la maggior parte dei polacchi, oggetto ricorrente di scherzi, tanto guasti e problemi tecnici erano frequenti.
Il 22 gennaio scorso, un caricaturista della stampa polacca ne aveva tratto una curiosa vignetta, raffigurante l’intero staff presidenziale impegnato a spingere un catorcio volante, pur di farlo decollare…

Di qui a caldeggiare la tesi dell'incidente, il passo è davvero agevole.
Ma alcuni analisti polacchi non hanno mancato di rilevare come la pessima reputazione del Tupolev 154 possa costituire una copertura ideale per un sabotaggio.
E non saranno certo gli oltre 40 esperti inviati, in precipitosa rinfusa, da Vladimir Putin, a poter confermare la tesi dell’incidente.
Dove, secondo la versione dei controllori russi, i piloti dell’aereo presidenziale, improvvisamente imbolsiti, magari inesperti di nebbia (sapete, in Polonia brilla un sole, che neanche a Papeete), avrebbero preso ad approcciare la pista alla maniera di un Piper privato qualunque, salvo poi “scappucciare” l’immancabile abete e finire arrostiti con tutto il gotha governativo polacco.

Resta un fatto inconfutabile. Che questo incidente (?) offre a Vladimir Putin la ghiotta possibilità di interferire negli affari interni polacchi. Dove, va ricordato, sia Jaroslaw Kaczynski, sia il presidente della dieta, camera bassa del Parlamento polacco, Bronislaw Komorowski, che il primo ministro Donald Tusk non sembrano più al riparo da un regolamento di conti politico che, c’è da crederci, non mancherà di avere ripercussioni anche all’interno della NATO.




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11 aprile 2010
Oggi.... morì Primo Levi

ANNIVERSARIO DELLA SCOMPARSA DI PRIMO LEVI 




Morì l'11 aprile 1987, all'età di 68 anni (un sabato di 23 anni fa...)

Scrittore italiano autore di racconti, memorie, poesie e romanzi.
Nacque all'interno di una famiglia di ebrei piemontesi.
Laureato in chimica, fu deportato ad Auschwitz all'inizio del 1944 con gli altri ebrei italiani del campo di concentramento di Fossoli.
La mostruosa esperienza del lager nazista gli ispirò "Se questo è un uomo" (1947), uno dei libri più importanti della letteratura europea, testimonianza sconvolgente della realtà dei lager.
Levi presentò il manoscritto alla Casa Editrice Einaudi che decise di pubblicarlo solo nel 1958, ma da quel momento venne continuamente ristampato e tradotto in tutto il mondo.
Nel 1962 iniziò la stesura di "La tregua", diario del lungo viaggio di ritorno da Auscchwitz.
Altre opere di Primo Levi, tutte pubblicate da Einaudi furono: "La chiave a stella", "I sommersi e i salvati", "Se non ora, quando?", "La ricerca delle radici".
L'11 aprile del 1987 Primo Levi muore cadendo dalla tromba delle scale della sua casa di Torino, dando adito al sospetto che si trattasse di un suicidio.



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10 aprile 2010
Pedofilia: non solo nella Chiesa, please

 

Severi con la Chiesa quanto con se stessi?
Scritto da Gianni Pardo


Lo scandalo che sta investendo la Chiesa e perfino il Papa lascia perplessi. Tutto si riassume in questo: alcuni preti hanno commesso atti che in diritto penale si chiamano violenza carnale (quand’anche i minori siano stati consenzienti) e i loro superiori non li hanno denunciati.

Bisogna innanzi tutto sgombrare il terreno da un possibile errore: le gerarchie della Chiesa non sono e non possono essere colpevoli delle azioni di singoli individui. Non più di quanto un generale dei carabinieri sia condannabile se un carabiniere a Olbia o a Tolmezzo si renda colpevole di furto. La responsabilità penale è personale. E infatti la colpa che viene addebitata ai dirigenti della Chiesa non è quella di aver commesso dei reati ma quella di averli coperti: non solo essi non hanno denunziato i pedofili ma spesso si sono limitati a blandi provvedimenti amministrativi. La domanda è: sono veramente da condannare, per questo?

Dal punto di vista dei genitori dei minori (1), certamente sì. Dalla vicenda i ragazzi possono avere riportato gravi danni psicologici e i mancati provvedimenti autorizzano a temere che analoghi danni siano stati provocati, per l’incuria dei superiori, ad altri incolpevoli bambini.

I prelati sono gravemente colpevoli per un secondo motivo: il delitto è talmente abietto, che il codice penale prevede una specifica aggravante (Art. 61 n. 9) nel caso il fatto sia stato commesso “con abuso dei poteri, o con violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione o a un pubblico servizio, ovvero alla qualità di ministro di un culto”.

Per molti infine essi sono colpevoli per un terzo motivo, e cioè perché dai sacerdoti ci si aspetterebbe di ricevere un esempio di superiore moralità. Ciò detto, reso omaggio alla verità, ci si può permettere di avanzare qualche argomento nella direzione opposta.

Quale genitore, vedendo il figlio tornare a casa ubriaco, dopo avere guidato l’automobile, andrebbe a denunciarlo alla polizia stradale? Quale genitore, saputo che il figlio ha approfittato di una compagna debole di mente per portarsela a letto, lo denuncerebbe per violenza carnale? Quale genitore, saputo che la propria figlia si è prostituita dentro un’automobile per avere la dose di droga, andrebbe a denunciarla per atti osceni in luogo pubblico? Non è la stessa cosa, applicare l’astratta giustizia agli estranei o alle persone che ci sono vicine.

All’interno delle mura domestiche, quando avviene qualcosa di grave, scoppia un putiferio ma il primo interesse di tutti è quello di “far sì che non si sappia in giro”. Sarà poco bello, ma è umano. Talmente umano che si può chiedere ai mille censori: siamo sicuri che voi vi sareste comportati come quel (leggendario?) padre romano che avendo stabilito una legge condannò a morte il proprio figliolo che l’aveva per primo violata? E non dimentichiamo che questo episodio si svolse in pubblico: quello stesso padre sarebbe stato tanto eccezionalmente severo, se il fatto non fosse avvenuto in presenza di testimoni?

Non c’è ragione di dubitare che le gerarchie della Chiesa, saputi i fatti, siano state scandalizzate ed offese quanto oggi lo sono i benpensanti. Accanto alla necessità di punire il colpevole ed evitare che facesse altri danni, avranno però visto la necessità di proteggere la Chiesa dal discredito. Atteggiamento non lodevole, quello dei prelati: ma comprensibile. Come diceva La Rochefoucauld, tutte le virtù si perdono nell’interesse come tutti i fiumi si perdono nel mare. E comunque, siamo sicuri che lo scandalo sarebbe stato minore se la denuncia fosse venuta dalla stessa Chiesa?

È giusto indignarsi per i reati; è giusto richiedere la punizione dei colpevoli e la protezione degli innocenti, ma è da ipocriti esprimersi come se noi, al posto dei parenti reprobi, ci saremmo comportati in maniera ammirevole. Non che questo sia assurdo. Ci sono effettivamente persone che praticano virtù eroiche, e dinanzi a loro è necessario inchinarsi: ma dal momento che la maggior parte di noi è ben lontana da questi livelli, rimane il sospetto che la grande severità di alcuni derivi dal fatto che non si tratta di loro stessi o dei loro cari. Possono mostrarsi moralissimi perché non gli costa nulla.

Come disse una volta un automobilista ad un agente della polizia stradale: “Se ha da elevarmi contravvenzione, lo faccia, ma mi risparmi la predica”. È giusto che i colpevoli paghino per il male fatto, ma non ci stracciamo le vesti: lacerandole potremmo mostrare la nostra ipocrisia.




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9 aprile 2010
Pedofilia, omofobia, misoginia, e così sia.... amen

 Chiesa alla resa dei conti?




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8 aprile 2010
Cina: non basta un Bob qualsiasi a cancellare il cascame totalitario

 

Cina: oltre Bob Dylan 

giovedì 08 aprile 2010
di Maurizio De Santis




La Cina, indiscussa primatista della poco invidiabile classifica degli Stati vessatori delle libertà individuali, ha provveduto a consolidare la propria immagine deleteria, impedendo a Bob Dylan di eseguire i programmati concerti di Pechino e Shanghai.
La decisione dei boiardi pechinesi, di imbavagliare il mitico Dylan non è tuttavia imputabile alla sola reputazione pacifista del cantante statunitense.
Il vero problema risiede nel fatto che i tecnocrati di Pechino hanno memoria piuttosto elefantiaca. Ed il recente passato non è risultato del tutto tranquillizzante per il governo cinese.
Già nel corso del 2008, durante un concerto a Shanghai, la cantante Björk aveva avuto modo di inneggiare reiteratamente alla libertà per il popolo tibetano. 
Suscitando un vespaio che, lì per lì venne risolto con un’arzigogolato exploit diplomatico. Ma creando un precedente che, come si vede, Pechino non ha remore ad utilizzare per censurare il censurabile.
Più recentemente ancora, nel corso del 2009, era stato il turno del gruppo Oasis vedersi negare il visto di ingresso, perché un loro membro, Noel Gallagher, aveva partecipato nel vetusto 1997, ad un concerto in favore del Tibet libero.
Bob Dylan, ovviamente, non l’ha presa molto bene e, per contrappunto, ha deciso di annullare la tournée asiatica che avrebbe dovuto completare i due concerti cinesi: Taïwan ed Hong Kong.
Che in Cina le cose non vadano bene, per i diritti umani, non è certo un segreto.
Primato planetario nelle esecuzioni capitali (anche di minorenni), più che un sospetto sul traffico di organi con gli stessi detenuti soppressi, persecuzione delle minoranze religiose (in particolare i musulmani uiguri ed i cristiani cattolici), tronfia repressione della popolazione tibetana, intrecci politico-diplomatici piuttosto fraterni con Iran e Corea del Nord…. Insomma, un bel supermercato degli orrori spesso non dovutamente stigmatizzato per mere opportunità geostrategiche (chiamiamole così…).
Eppure, come già venne messo in evidenza dal ministro Tremonti, la Cina gode del silenzio dei governi occidentali in virtù di numeri e cifre che non meriterebbero tanta attenzione.
L’export italiano verso Pechino ammonta a poco più di quello effettuato ogni anno verso la Svizzera e, di converso, le aspettative di un incremento della crescita sono da decenni rimaste “al palo”. Con buona pace di “pacifinti”, industriali, commercianti, diplomatici ecc. ecc.
L’episodio del diniego di ogni permesso a Bob Dylan, dunque, non giunge isolato e sorprendente.
Per mezzo secolo i dirigenti cinesi non hanno mai nascosto che le libertà e i diritti umani fossero viste solo come garanzie per chi stava dalla parte dei "rivoluzionari". Diritti che, ovviamente, erano accuratamente negati ai "controrivoluzionari".
Mao non mancò di usare la mano pesante con chiunque uscisse fuori da questo elementare teorema. Chiedere a chi all’epoca avesse idee un tantino più liberali, come Peng Dehuai.
Da allora, malgrado reiterati cambi di costituzione (in tre diverse occasioni), la sostanza non è granchè cambiata.
Le recenti polemiche con Google si sono autoalimentate da successivi episodi di analoga gravità.
E così, anche un altro gigante americano di Internet (Go Daddy, compagnia che gestisce i domini ondine), ha deciso di abbandonare il mercato cinese.
Volendo, con il “no” a Bob Dylan, si è celebrata una mezza Caporetto. Per un miliardo e fischia di cinesi…




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3 aprile 2010
Un augurio anche a chi non crede...

 BUONA PASQUA A TUTTI!





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1 aprile 2010
Da Ginevra, un'altra "sberla" alla libertà d'opinione

 

Ginevra, approvata la risoluzione contro la diffamazione delle religioni

di Maurizio De Santis
giovedì 01 aprile 2010




Alla fine, dunque, la lobby oscurantista ce l’ha fatta.
Il Consiglio dei diritti dell’Uomo di Ginevra ha approvato una risoluzione contro la diffamazione delle religioni, presentata illo tempore dall'Organizzazione della Conferenza Islamica (OCI), per iniziativa del Pakistan (paese dove la libertà religiosa eccelle a livelli di basso medioevo).
Una risoluzione adottata con risicata maggioranza, nel formare la quale sono stati decisivi proprio i paesi dell’OCI e del gruppo africano (20 voti).
A fronte dello schieramento clerical-medievalista, hanno fatto risicato muro l'Unione europea, gli Stati Uniti ed alcuni paesi latino-americani, finalmente decisi a passare dall’astensionismo al “no” (17 voti).
Determinanti, invece, le solite astensioni dei paesi “altermondisti” (ben 8), linfa di un movimento di non allineati che, nel concreto, fa molti più danni di quanto si possa immaginare.
Assume particolare rilievo il fatto che, un intero paragrafo del testo approvato, fa esplicito riferimento al freschissimo divieto elvetico dei minareti, classificandolo come una chiara manifestazione di islamofobìa.
Un chiaro “scappellotto” comminato all’elettorato svizzero, il quale in futuro dovrà evidentemente sentirsi democratico, ma solo se votasse nella direzione gradita alla potentissima OCI.
Giunge dunque piuttosto dissonante il commento rilasciato da Julie Gromellon, responsabile della Federazione Internazionale della Lega dei diritti dell'uomo (FIDH), una ONG estremamente attiva nella lotta per l’eliminazione del ricorrente concetto di “diffamazione delle religioni” dalle varie risoluzioni dell'ONU. Che ha avuto l’ardire di classificare detta risoluzione come un buon risultato di compromesso.
Ma compromesso su cosa?
Ha un bel cantare, la signora Gromellon, quando dovrebbe rendersi piuttosto conto che il paragrafo che condanna il (democratico) voto referendario elvetico, rappresenta un avvertimento da parte dell’OCI ai paesi occidentali, segnatamente quelli europei.
Sin dal suo primo utilizzo, il termine “diffamazione delle religioni”, rappresenta un’arma che sovente i paesi a maggioranza islamica amano brandire senza molto ritegno, trasformandola in moneta di scambio nelle più disparate trattative.
Ed è indubbio che, anche in questa occasione, l’OCI abbia dato il meglio di se per alzare la posta. Lo stesso ambasciatore del Senegal, Babacar Ba, (egli stesso rappresentante dell’OCI a Ginevra), ha candidamente confermato che il paragrafo in questione è stato voluto dalla Conferenza Islamica, con il fine di stigmatizzare il voto popolare svizzero.
Ora, anche se le risoluzioni votate in seno al Consiglio dei diritti dell'uomo non hanno capacità costrittiva, è innegabile che esse producono conseguenze diplomatiche sensibili.
Ma nel marasma delle organizzazioni sinistrorse europoidi, così sollecite e presenti nel criticare (a ragion veduta o meno), le istituzioni clericali cristiane (cattoliche e non), manca la lucidità per riuscire a comprendere come fermare questo pernicioso concetto islamico dal sapore neanche tanto vagamente “da santa inquisizione”.
Tanto che c’è voluto un arabo musulmano per suonare la sveglia.
Hossam Bahgat, direttore esecutivo dell'iniziativa egiziana per i diritti individuali, ha dichiarato senza peli sulla lingua che “il concetto della diffamazione delle religioni è un potentissimo strumento per la restrizione delle libertà sulle questioni religiose e contribuisce a dare una legittimità a qualsiasi tipo d'abuso nel mondo arabo”.
Della serie: chi ha il pane, non ha i denti…




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29 marzo 2010
Iraq: elezioni "buone" per forza....

 

Exit strategy




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11/09/2001