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11/09/2001























 


 

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5 febbraio 2010

Sorpresa: gli arabi francesi non studiano più.... l'arabo

 

Parigi: i maghrebini meglio il francese dell’arabo

4 febbraio 2010

Fonte: Le blog laiciste


Intervenendo nel corso di una conferenza organizzata dall' associazione "Al-Djahidhia", lo scrittore e giornalista Saâdi Beziane ha denunciato il calo di interesse per l’apprendimento della lingua araba tra le comunità araba francese (stimata in poco più di 4 milioni di persone).
Il giornalista ha ricordato “lo sforzo colossale e le sostanziose somme dedicate dal governo algerino alla promozione della lingua araba”.
Per Saâdi Beziane, questa situazione non è delimitabile al governo francese, quanto piuttosto imputabile alla stessa comunità di emigranti arabi che, in misura crescente, iscrivono sempre meno i loro bambini in classi di lingua araba.
L' Algeria, ha ricordato, è stato l'ultimo paese del Maghreb ad aver firmato una convenzione per l'apertura di scuole di lingua araba in Francia negli anni 1970. Un ritardo motivato dal fatto che, ad Algeri, si riteneva, che "l'insegnamento non poteva limitarsi alla sola lingua, ma avrebbe dovuto anche includere la Storia delle Civiltà arabo-musulmane".
Beziane, che ha insegnato lingua araba durante una trentina d' anni in Francia, ha comunque ringraziato sia il governo algerino (per gli importanti sforzi economici profusi), sia l’intenso impegno dell'associazione degli Ulema (per l’insegnamento svolto in territorio francese).




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4 febbraio 2010

BCE ed UE: il tramonto delle sovranità nazionali

 

A Francoforte hanno sepolto la sovranità nazionale
giovedì 04 febbraio 2010
di Maurizio De Santis



Lo scorso 19 gennaio, la BCE (Banca Centrale Europea), ha pubblicato uno studio mirato a valutare le conseguenze giuridiche nell’ipotesi di defezione dal sistema EURO da parte di uno Stato membro.
Nell’introduzione al documento, la BCE ha fatto esplicito riferimento alla recente crisi, argomentando che “i recenti sviluppi economici hanno, probabilmente, aumentato il rischio dell’uscita dal sistema unico da parte di qualche Stato più debole”.
Pur senza alcuna menzione diretta, è chiaro come lo scenario ipotetico fosse riferito alla Grecia, al centro di un attacco speculativo.
Ma, ricordiamolo, potremmo considerare paesi quali il Portogallo (fresco di appostamento “sottocontrollo”), l’Irlanda, la Spagna (in caduta libera) ed il nostrano Stivale.
Volendo essere pedanti, potremmo osservare come la moneta unica non ha affatto protetto i soggetti più deboli.
Anzi, proprio nella zona euro si è registrata la recessione più forte del mondo globalizzato.
E’ l’euro-zona, e non un altro luogo, ad essere entrata per prima in recessione.
Qui, e non altrove, la crescita economica langue da tre lustri.
Ma, al di là della mera critica strumentale all’euro, il documento suscita perplessità per un altro motivo.
Per la prima volta, viene seriamente considerata l’ipotesi di qualche defezione. E si è formulata una minaccia (neanche tanto velata), verso quegli Stati che potrebbero essere sempre più tentati di ritrovare la loro libertà monetaria.
Così, mentre nessun trattato europeo lo prevede, la BCE avverte: l'uscita della zona euro significherebbe l' espulsione immediata dall’UE…
Per gli gnomi di Francoforte, dunque, cinquant’anni di percorso europeo (dalla CEE in poi), avrebbero creato “un nuovo ordinamento giuridico”, che supera “l’obsoleto concetto di sovranità” ed impone, dunque, “una limitazione permanente del diritto statuale”.
Sì, avete letto proprio bene.
La BCE riconosce esplicitamente che il concetto della sovranità, base delle nostre democrazie da almeno tre secoli, è sostanzialmente superato. E nessuno Stato può pretendere un trattamento speciale.
S’è aperta dunque una nuova fase, nella quale i governi nazionali dovranno ineluttabilmente rinunciare a parti progressivamente maggiori del loro diritto.
Resta un’altra perplessità.
Il più delle volte si è preferito perseguire la costruzione dell’UE by-passando la sovranità popolare. Dando così la sgradevole sensazione che gli architetti operino per vie massoniche.
Fino ad oggi, poche volte la gente è stata chiamata ad esprimersi realmente. E, quando è stato, ha spesso manifestato un dissenso (il no di Francia e Olanda alla Costituzione europea, il no danese all’euro, o quello irlandese al Trattato di Lisbona), puntualmente seguito da un nuovo turno referendario dall’esito positivo.
Sarà.
Ma quest’Unione Europea appare sempre più come una struttura voluta a dispetto degli elettori.




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2 febbraio 2010

Body scanner....

 



controindicazioni... sicure




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28 gennaio 2010

H1N1: gli affari d'oro dei soliti noti.

 


H1N1: Cento di questi virus! 

giovedì 28 gennaio 2010 
di Maurizio De Santis




Quando la dott.ssa Anne Schuchat (controllo e prevenzione delle malattie degli USA), spiegò come il virus H1N1 fosse una sintesi di quattro virus diversi, il timore di una nuova “influenza spagnola” attanagliò gli spiriti di ogni dove.
I governi, colti dal panico, inscenarono un colossale, disordinato, “acciaccapesta” negli atri delle maggiori case farmaceutiche mondiali.
Un miracoloso metodo permise, alle grandi sorelle del farmaco, di sviluppare in tempo record (tre mesi) i vaccini contro il temibile virus H1N1.
Voci, “non allineate”, reciterebbero che questa “mission impossibile” sia stata resa possibile dal provvidenziale sviluppo di un ceppo principale, detto “A/California/07/2009”, isolato nell'aprile 2009 in Messico.
Le stesse voci che, senza mezzi termini, oggi denunciano come le autorità sanitarie occidentali sapessero bene come si fosse certi della diffusività della pandemia, ma non della sua letalità.
Le polemiche che divampano nello Stivale, sull’opinabilità del contratto sottoscritto dal ministero della sanità con i fornitori di vaccini, non sono affatto un’esclusiva nazionale.
La Francia (65 milioni di abitanti), per esempio, è arrivata ad ordinare qualcosa come 94 milioni di dosi. Una commessa, per circa 869 milioni di euro, fatta a quattro diversi laboratori: Glaxo-Smith-Kline, Novartis, Sanofi-Pasteur e Baxter. Forti dell'avallo dell'agenzia europea delle medicine (EMEA).
Però, dall'inizio della campagna preventiva, lanciata il 21 ottobre, solo 5 milioni di francesi si sono vaccinati.
Oggi, dopo il flop, Parigi ha iniziato a rivolgersi verso l'estero per smaltire i suoi stock. Fra i primi acquirenti, manco a dirlo, gli immancabili amici arabi. Così, il Qatar ha già acquistato 300.000 dosi mentre, di converso, l'Egitto ne ha prenotate 2 milioni.
Ma l’eccedenza, come capirete, resta ingente.
E che dire del Canada? Alle prese con un’eccedenza di 9 milioni di dosi ed un contratto con la Glaxo-Smith-Kline per 33 milioni di dosi.
O del Belgio, dove il ministro degli affari sociali e della sanità pubblica, Laurette Onkelinx, ha potuto raggiungere un accordo con la ditta Glaxo-Smith-Kline (e tre!), per una revisione al ribasso della commessa del vaccino Pandemrix (originarie 12,6 milioni di dosi).
E mentre la Germania prova a disfarsi delle sue eccedenze vendendo a Kiev il 5%, delle 50 milioni di dosi prenotate, l’Olanda, per non essere da meno, tenta di piazzare 19 delle 34 milioni di dosi (per 16 milioni di abitanti!), incautamente commissionate.
Al confronto con queste cifre, l’Italia appare la più prudente, con solo 24 milioni di dosi, acquistate dalla Novartis. Ma ultima in profilassi: 800 mila vaccinati, ossia il 3% delle dosi acquistate.
Costo: 184 milioni di euro.
E, beninteso, tutto “a norma di legge”.
Chi non pensa a male è uomo bennato e ricco di fede.
Marc Gentilini, specialista di immunologia ed ex presidente della Croce rossa francese, non fa sconti. Per lui questo pasticcio era prevedibile.
Avrebbe concordato, con lui, il suo connazionale. Il caustico Nicolas De Chamfort“A certe cose è più facile dare veste legale che legittima”.




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27 gennaio 2010

"Storti umani"....

 
Ah - aaah!....




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26 gennaio 2010

India: sicurezza impone stop al delirio religioso

 


India, niente documenti alle donne islamiche che non si tolgono il velo


del 24/01/2010


Non più carte di identità o certificati elettorali per le donne musulmane che in India rifiuteranno di farsi fotografare senza il burqa o il niqab, i due tipi di velo che nascondono più o meno totalmente il volto. Lo ha deciso la Suprema Corte indiana a seguito del ricorso di un uomo musulmano contro la Commissione elettorale dello stato meridionale del Tamil Nadu che aveva sostenuto che la fotografia di chi va a votare senza velo sulla carta di identità è condizione essenziale per poter esercitare il diritto di voto, in quanto consente la certezza dell’ identificazione, altrimenti impossibile. Nel ricorso l’uomo sosteneva che la foto della moglie senza velo per i documenti ufficiali era una violazione della legge islamica in forza della quale la donna credente musulmana, dalla pubertà in poi, può mostrare il volto solo al marito e ai stretti familiari.

Ma la sentenza della Corte suprema indiana è stata inflessibile: «Se queste persone vogliono essere cosi ligie al loro credo - è il verdetto - allora rinuncino ad andare a votare e al diritto di avere una carta di identità con foto». Immediate sono scoppiate le polemiche nel mondo musulmano in India, circa 120 milioni di persone, spaccato a metà. Da una parte gli integralisti islamici, fedeli a una lettura rigida del Corano sull’obbligo delle donne a coprirsi il capo: la Corte suprema ha violato - sostengono - l’articolo 25 della costituzione che garantisce il diritto di tutti i cittadini indiani di poter praticare una qualsiasi religione a propria scelta. Gruppi di musulmani moderati hanno invece dichiarato di appoggiare le decisione della Corte Suprema indiana. «Se già si consente che le donne musulmane possano essere fotografate senza velo per il passaporto - ha detto Kamal Faruqui, membro della Commissione legislativa musulmana indiana - non si capisce perché dovrebbe ora rappresentare un problema consentire le fotografia per la carta di identità o per il certificato elettorale. Sono certo che anche gli integralisti capiranno in seguito l’importanza della cosa e finiranno per accettarla».

La decisione della Suprema Corte pare destinata comunque ad acuire i mai totalmente sopiti contrasti tra la minoranza musulmana, 120 milioni sul miliardo di abitanti dell’India, e la maggioranza induista. Soprattutto in seguito agli attentati che sconvolsero Mumbai nel novembre 2008, il mondo induista guarda con sempre maggiori sospetti rispetto al passato i membri della comunità musulmana, ritenuta in qualche modo collegata alla strage. L’esigenza di una maggiore sicurezza, l’intensificarsi di tutti i controlli soprattutto negli aeroporti, nelle stazioni ferroviarie e negli altri luoghi pubblici considerati strategici hanno contribuito a sollevare il problema delle donne musulmane che, indossando il burqa o il niqab, rendono difficile, se non spesso impossibile, la loro identificazione.




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26 gennaio 2010

Ayaan Hirsi Ali senza peli sulla lingua

 

Non è l'islam ad essere sotto attacco, ma l'Occidente

25.01.2010
di Dino Messina



JAIPUR (India) — Ayaan Hirsi Ali, l'«Infedele», come dice il titolo della sua autobiografia pubblicata nel 2006 da Rizzoli, è arrivata ieri a sorpresa, per ragioni di sicurezza, al Festival letterario di Jaipur.
Nessun cenno nei programmi ufficiali, ma la sala dove la scrittrice somala è stata intervistata ci ha messo poco a riempirsi.
Perché dovremmo distinguere, chiede una giornalista indiana, tra i morti in nome dell'Islam e quelli in nome della democrazia?
Ayaan risponde fredda: «Non vedo morti provocati dall'America in nome della democrazia».
Si ferma, poi riprende: «Gli Stati Uniti sono stati attaccati l'11 settembre 2001 e hanno reagito. Quello che vedo piuttosto nella storia recente americana è il continuo aiuto economico ai Paesi più poveri e l'invito alle nazioni islamiche ad adottare la democrazia. Un'idea che proprio non piace all'Islam».
La giornalista cerca di replicare, ma Ayaan riprende la parola per smontare «il complesso islamico dell'accerchiamento».
L'Islam «non è affatto sotto attacco», sostiene la scrittrice, fuggita in Olanda dopo essere stata costretta a un matrimonio combinato e quindi negli Stati Uniti dopo l'uccisione del regista Theo Van Gogh, al cui ultimo film, «Submission», lei aveva collaborato come sceneggiatrice.
Per rendersi conto di questa realtà «che è sotto gli occhi di tutti — sostiene— non bisogna guardare le cose soltanto dal punto di vista occidentale, americano, ma da una prospettiva globale. L'Islam fondamentalista fa vittime anche in Cina e in India; Cina e India oggi subiscono la stessa offensiva che subisce l'America. Voi lo sapete, vero?».
Essere stata sottoposta alla violenza dell'infibulazione da bambina, aver dovuto subire nozze combinate dal padre ha portato Ayaan Hirsi Ali sulla via dell'ateismo e di un femminismo altrettanto convinto. Perché, dice la scrittrice che in Italia nel 2008 ha pubblicato un altro libro, «Se Dio non vuole», «nell'Occidente donna e uomo sono uguali prima della legge, nell'Islam no, la donna deve obbedire al Corano e al proprio guardiano, l'uomo».




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21 gennaio 2010

Sartori più coerente di Boeri

 



Questione migratoria: dalla parte di Sartori

giovedì 21 gennaio 2010
di Maurizio De Santis



Le polemiche trascorse, tra l’economista Tito Boeri ed il politologo Giovanni Sartori, hanno confermato quanto sia difficile dialogare sul campo minato dell’immigrazione. Specie con chi ancora conserva un superiority complex intellettuale duro a morire.
Il bocconiano Tito Boeri catechizza la platea quale “illuminato” razionalista. Spinto dall’arrogante pretesa di poter spiegare la società europea da matematico: riducendola ad inanimati numeri e statistiche. Per lui, quelli come Sartori apparterrebbero alla sparuta schiera dei populisti irrazionali.
Boeri, nel migliore dei casi, ragiona troppo da “economista”. Snocciola cifre e statistiche (a voler essere pedanti non ravviso fonti, ma lo spessore del docente universitario, consulente del FMI ecc. ecc., impone fiducia), dimentico che lo stesso grafico, letto da un matematico o da un sociologo, assume significato diverso assai.
Nel peggiore dei casi, invece, emerge l’ideologo. Cede alla tipica tentazione dello gnostico iniziato. Quella di far apparire l’italiano medio più idiota possibile (emulando, in questo, il peggior Odifreddi).
Così, “spiattella” in faccia ai grevi italioti sartoriani alcuni dati.
Per esempio, che “il 77% dei maghrebini di seconda generazione immigrati in Francia ha sposato una persona di cittadinanza francese”.  
Un sociologo, fresco di laurea, non mancherebbe di osservare che, sovente, si tratterebbe di persone con passaporto dell’Esagono, ma di sangue rigorosamente maghrebino. Magari con doppia cittadinanza (essendo lo jus sanguinis “irrinunciabile” per i musulmani di Algeri e di Rabat).
Ma il professore bocconiano è generoso. Elargisce perle rare. Osserva, dunque, come “in Germania un figlio di immigrato turco abbia la stessa probabilità di un figlio di immigrato italiano di sposarsi con una persona nata in Germania”.
Una frase che dice tutto e niente. Specie se consideriamo che un immigrato italiano  raramente pretenderà dal coniuge un certificato di conversione, con l’assunzione di un nuovo nome di radice islamica da affiancare a quello originale (quando i matrimoni non hanno la caratteristica di cui sopra!).
E ancora: “nel Regno Unito gli immigrati del Pakistan o del Bangladesh, le due più grandi comunità di fede islamica ivi presenti, si integrano allo stesso modo degli indiani, dei caraibici e dei cinesi”.
Ma indiani, caraibici e cinesi, non hanno chiesto (ed ottenuto), tribunali ad hoc per l’applicazione della Sharìa (nel caso di contenziosi civili). Si sono affidati ai tribunali dei rozzi occidentali. Ecco, questa “sarebbe” integrazione.
I Gentilini ed i Borghezio d’Italia sono figli propri di un problema volutamente inevaso.
Si contrappongono alle nostrane figure islamiche (o islamiste?) di Dacia Valent, Adel Smith o Hamza Piccardo (quello che “è giusto che nella penisola araba non vi siano chiese, perché è terra d’islam).
Se l’85% dei francesi ha condiviso la scelta dei cugini svizzeri in tema di minareti (fonte l’Express 11/2009), o se il 57% dei belgi non vorrebbe una moschea in patria (fonte Le Soir 11/2009), un motivo ci sarà.
L’ideologo Tito Boeri si legga Thomas Brown, gli ricorderebbe che “chi biasima gli altri, indirettamente loda se stesso”. E null’altro.




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19 gennaio 2010

Matrimoni forzati: quanti casi irrisolti per uno sventato?

 

Fano, ritrovata la 17enne pakistana
Arrestati il padre-padrone e la madre


I carabinieri hanno intercettato l'auto sulla a14
19 gennaio 2010

PESARO - Almas è salva. Dopo ore di ansia, è finito bene il sequestro della 17enne pakistana prelevata dal padre-padrone a Fano, davanti al centro di accoglienza dove la ragazza vive. Martedì mattina i carabinieri hanno intercettato l'auto mentre era in viaggio sulla A14, tra Fano e Marotta. «Sta bene ed è stata molto felice di vederci» ha detto un militare.
I genitori sono stati portati, insieme agli altri due figli, al Comando dei carabinieri di Fano: il padre è stato arrestato per sequestro di persona e la madre per concorso in sequestro. I due vengono interrogati in queste ore dal pm Maria Letizia Fucci.
È indagato anche il fratello sedicenne di Almas: la sua posizione sarà valutata dalla procura del Tribunale dei minori. In ogni caso, sia per lui che per la sorella più piccola (14 anni) si apre l'ipotesi di un affido. Almas, che non ha subito violenze anche se è fisicamente provata, è tornata nella comunità di accoglienza.

IL RAPIMENTO - Akatar Mahmood, ambulante di 40 anni, progettava il blitz da mesi.
Forse dallo scorso agosto, quando la Sezione minori della Corte d'Appello di Ancona ha stabilito che Almas, finita in ospedale ad aprile per le botte del padre, doveva stare lontano dalla famiglia.
Lunedì alle 13.30 il sequestro: Almas ha trovato l'auto di famiglia ad attenderla davanti alla comunità Fenice della onlus Cante di Montevecchio, dove vive per disposizione della magistratura minorile. Stava rientrando da scuola, l'istituto commerciale "Cesare Battisti", ed era sola.
Ha tentato di chiedere aiuto ma l'auto è ripartita prima che qualcuno potesse intervenire.
A bordo, oltre al padre, c'erano anche la madre (Aslam, 37 anni) e i due fratelli, il maschio di 16 anni e una femmina di 14.
Alla scena ha assistito un consigliere comunale che ha preso la targa del veicolo e dato l'allarme: le ricerche sono cominciate immediatamente, con posti di blocco e controlli sui cellulari dei componenti della famiglia.
Nelle indagini sono state impegnate centinaia di carabinieri tra Marche, Umbria, Lazio ed Emilia Romagna.
L'auto è stata così seguita attraverso le varie celle.
Akatar Mahmood è però riuscito a raggiungere Roma o una località vicina, appoggiandosi a dei familiari o membri della comunità pachistana.
La famiglia è ripartita per Bologna, intorno alle 3-4 del mattino.
Non si sa dove fosse diretta, ma è probabile che, constatata l'impossibilità di lasciare l'Italia, considerato che c'erano posti di blocco ovunque, il capofamiglia abbia deciso di tornare nelle Marche, a Senigallia, dove la famiglia risiede da una decina d'anni. Di certo i familiari della diciassettenne non avevano messo in conto il clamore che il sequestro ha suscitato.

MALTRATTAMENTI - Quella di Almas è la storia di un inferno familiare.
Il padre non accettava lo stile di vita della figlia, troppo occidentale, e le sue amicizie e voleva costringerla a sposare un connazionale contro la sua volontà.
La madre, con il suo atteggiamento remissivo, non avrebbe saputo o voluto contrastare l'atteggiamento del marito nei confronti della figlia.
Ciò, hanno spiegato gli investigatori, aveva creato una situazione di «forte disagio psicologico» nella diciassettenne, e da qui era scaturita la decisione dei giudici minorili. Akatar Mahmood è un uomo rigido e violento: tante volte aveva maltrattato la ragazza. Ad aprile l'ha picchiata selvaggiamente e Almas è finita in ospedale.
È quindi scattata una segnalazione ai Servizi sociali e il Tribunale l'ha affidata alla comunità di accoglienza gestita dalla onlus Cante di Montevecchio. Akatar Mahmood ha fatto ricorso in Corte d'appello ma la diciassettenne aveva implorato i magistrati di trovarle una sistemazione alternativa alla famiglia.
Così è iniziata la sua nuova vita.
Quella che il padre ha tentato di troncare con il rapimento e la fuga, senza riuscirci.




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14 gennaio 2010

Poligamia: il vecchio "vizietto" musulmano non muore mai


Malaysia, nel mirino setta islamica legata a un impero commerciale.

tratto da: milleeunadonna


Che dopo una certa età «tutti gli uomini decenti sono sposati o sono gay» è cosa che le single dicono spesso nel mondo.
Che nell' Arabia del profeta Muhammad la poligamia fu legalizzata (anche) perché molti uomini erano morti in battaglia e troppe donne rimaste sole è cosa nota, come lo è che l'Islam l'ha poi sempre accettata, fino a quattro mogli contemporaneamente.
Ma la recente nascita del «Club di poligami» in Malaysia, dove la maggioranza è musulmana e la pratica è poco diffusa ma permessa, sta sollevando una vera tempesta.
Nonostante l'organizzazione dichiari di voler «aiutare le donne ancora sole a crearsi una famiglia» e sostenga di osservare l'Islam, femministe, laici, politici e imam sono scesi in campo per chiuderla, e non solo in Malaysia.
Il Club si sta infatti estendendo oltre i confini nazionali: oggi, dichiarano i suoi capi, è presente anche in Indonesia, Australia, Singapore, Thailandia, nonché in Medio Oriente e in Europa.
Gli aderenti sono più di mille e in crescita.
A dirigere il Club non è infatti una persona qualsiasi: Hatijah Aam, 54 anni, è la moglie (una delle quattro, ovviamente, con 37 figli in totale) di Mohamad Ashaari (foto).



Ovvero del «profeta-imprenditore» più discusso della Malaysia. Fondatore nel 1968 della setta Al Arqam, nel 1994 fu condannato come eretico, costretto a chiudere il gruppo, fece due anni di carcere, ufficialmente rinunciò alla missione profetica e a ruoli pubblici.
Ma ora, sospettano le autorità, dietro la facciata del Club dei poligami e con l'aiuto della numerosa famiglia sta ricostituendo l'organizzazione illegale.
A parte la moglie, il figlio 40enne Mohamad Ikram Ashaari (anche lui con quattro consorti, 17 figli) dirige la multinazionale di cui l' organizzazione pro poligamia è una emanazione.
La Global Ikhwan controlla centinaia di società, con un giro d' affari stimato in miliardi di dollari: call center, supermarket, cliniche, case editrici, agenzie turistiche e di pubblicità, negozi di mobili, ristoranti e quant'altro.




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